Tra le tante cose di cui nella mia vita non mi sono mai presa cura, di me stessa, ci sono sicuramente anche i capelli. Non gli ho mai prestato grande attenzione, li ho spesso tagliati da sola e a caso, per lunghi anni li ho pettinati il minimo indispensabile e mai sensatamente, spessissimo li ho tenuti legati in improbabili chignon che poco avevano di bun, molto di messy e niente di elegante. So di aver fatto dannare mia madre da sempre, ancora oggi a volte mi guarda e mi dice “ma perché non vai dal parrucchiere”?

Eppure, in realtà, da diversi anni ormai faccio tanti gesti di amore verso di loro.
Uno di questi è l’henné, che ho fatto per la prima volta circa quattro o cinque anni fa e che da tanto non facevo più. Lo scorso week end – anche per colpa dell’armocromia e di Giusy di Rossetto e Merletto che sul suo gruppo ha postato delle splendide foto con i colori adatti ad ogni stagione – ho ripreso le mie polverine e fatto il mio intruglio. Da allora ho scoperto di aver sempre avuto delle convinzioni sbagliate sull’henné (pur essendomi documentata!) e che ho sbagliato un certo numero di cose in questo mio ultimo impacco. Nonostante questo il risultato in termini di colore e di salute del capello è sorprendente. E quindi non era possibile non parlarvene un po’ in dettaglio.

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Partiamo dal principio. Ho da sempre avuto dei capelli mori piuttosto scuri, leggermente ondulati, dal fusto molto spesso, non particolarmente esigenti. Dopo essere stata famosa al liceo perché usavo talmente tanto Pantène che i miei capelli odoravano sempre a quella maniera, da circa cinque anni a questa parte non uso che shampoo e balsamo naturali o comunque dal buon inci. A parte quando al liceo ho deciso di farmi le ciocche della nuca fucsia (cosa di cui per fortuna non esistono prove fotografiche), inoltre, prima dei trent’anni non ho mai fatto alcuna tinta chimica sui miei capelli. Quest’anno in un momento di follia ho deciso di farmi uno shatush sui toni del rosso, che ha scaricato in breve tempo lasciandomi le punte più chiare, quasi biondastre, e sfibrate.

Nelle scorse settimane una serie di persone diverse mi hanno parlato di henné ed io mi sono ricordata di avere ancora delle erbe tintorie vecchie di tre anni in una scatola nell’armadio. Questa domenica mi sono decisa e ho fatto l’impacco.

Sbagliandolo tutto, sapendo di sbagliare.

Salvo poi sapere che le cose che pensavo di aver sbagliato non erano sbagliate, ma che ne avevo sbagliate diverse altre.

Insomma, un disastro.

L’idea di base era quella di cercare un colore caldo ma non chiaro né ramato. Così ho mischiato della lawsonia, il classico henné rosso, a una piccola parte di indigo, l’henné nero, tutto di Le erbe di Janas. Il rapporto credo fosse di 4 a 1. Oltre a questo ho aggiunto methi e brahmi, due erbette cosmetiche sempre della stessa marca: la prima, anche detto fieno greco, ha un effetto volumizzante ed elasticizzante; la seconda ristrutturante e rivitalizzante. Ho messo liquido fino a raggiungere la consistenza del purè e ho tenuto l’impacco in testa per cinque ore, chiuso in un primo strato di pellicola trasparente e in un secondo di carta stagnola, e poi avvolto il tutto in un asciugamano per tenere al caldo (e stretto con una cinta, che si intravede in foto, perché altrimenti mi cadeva tutta l’impalcatura).

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Mentre la lawsonia era conservata nella sua bustina chiusa in un’altra busta di plastica con la chiusura a pressione, l’indigo era aperto da tre anni, quindi già di per sé probabilmente non avrebbe avuto tutto il suo potere tintorio, probabilmente. In più, io ho preparato l’henné aggiungendo oltre all’acqua calda anche il limone, che sapevo rendere il colore della lawsonia più caldo, ma non sapevo inibisse il potere tintorio dell’henné nero. A conti fatti credo quindi che l’indigo nel mio impasto non abbia contribuito in alcun modo al colore finale.

Un errore che credevo di aver fatto, che invece si è rivelato essere una grande leggenda metropolitana, senza alcun fondamento, è il non aver lasciato ossidare il pappone neanche un secondo: in realtà mi hanno poi spiegato che la lawsonia comincia a rilasciare subito colore, quindi non c’è alcun bisogno di far riposare tutto per un certo tot di ore in base alla temperatura dell’ambiente circostante, come invece sapevo io. In effetti, pur senza ossidazione, la tintura ha funzionato alla perfezione.

Il colore che ho ottenuto mi piace molto, anche se sulle punte è appena più chiaro di quanto avrei voluto inizialmente. La prossima volta, mi hanno detto, potrei provare ad usare poco poco katam aggiunto alla lawsonia, per ottenere un colore un po’ più profondo e meno ramato.

In realtà non so se lo farò, perché il colore finale mi garba parecchio e so che stratificando comunque si scurisce un po’ da solo, anche con il solo henné rosso.

In più, i capelli stanno alla grande. Li sento ristrutturati e in salute, come non erano da un po’. Credo proprio che l’henné riprenderà ad essere una abitudine regolare 🙂

E voi avete mai provato qualche impacco di erbe tintorie naturali? Come vi siete trovat*?